domenica 12 ottobre 2008
domenica 5 ottobre 2008
Un vero risparmio energetico: i Led
E’ ora di parlare anche dil risparmio energetico che non viene trattato con le dovute attenzioni, ma che costituisce un fattore altrettanto importante rispetto allo sviluppo delle fonti di energia. Il risparmio energetico, infatti, è forse la fonte più proficua per il nostro sviluppo, e, quindi, parliamone in concreto.
Un modo importante per attuare un significativo risparmio energetico è la conversione dell’illuminazione sia privata che, in particolar modo, pubblica da lampade ad incandescenza ad illuminazione a led.
Quali vantaggi dà il led? Sintetizziamoli:
· Un fortissimo abbattimento dei consumi di energia elettrica. Si parla addirittura di una riduzione del 70% (sia in termini di quantità che di costo dell’energia)
· Una durata del Led di 10 volte superiore rispetto alla lampada ad incandescenza, contro ad un maggior costo del Led da 3 a 6 volte ma che si ripaga ampiamente con la minor necessità di sostituzione e la minor incidenza della manutenzione
· L’indice di resa colorimetrica (CRI che indica la fedeltà di riproduzione dei colori) vale 20 per le lampade ad incandescenza al sodio e 80 per i LED
· Campo percettivo: sono da preferire le sorgenti luminose con spettro prevalente nella bande del blu, come i LED; le lampade al sodio presentano una luce nella banda del rosso al di fuori del picco di sensibilità dell’occhio umano.
· Le lampade al sodio sono onnidirezionali ed è necessario dotare il lampione di parabola per recuperarne metà: l’efficienza luminosa finale è il 50% di quella emessa
· Il LED è direzionale per costruzione ed emette un fascio luminoso definito a 90° da 90/120 lumen/watt e quindi riduce al minimo l’inquinamento luminoso
· I fari al sodio, dopo 3000 ore di funzionamento presentano una riduzione del flusso fino al 40%. Dopo 3000 ore la caduta di flusso del LED non diminuisce, anzi aumenta
· Il Dipartimento dell’energia degli stati Uniti stima che, sostituendo nei prossimi 20 anni, negli USA l’attuale illuminazione stradale e urbana con i LED, si possa:
1. Diminuire il consumo di energia elettrica del 62%
2. Ridurre le emissioni inquinanti di 250 milioni di ton. di anidride carbonica
3. Evitare la costruzione di 153 nuove centrali elettriche
4. Ottenere risparmi finanziari per 115 miliardi di $ in finanziamenti non necessari per la costruzione di centrali elettriche (quasi 1/9 dell’impegno finanziario di 1.000 miliardi $ previsto per la crisi finanziaria attuale )
Anche dal punto di vista dell’impatto ambientale il Led ha punti di forza, in quanto:
1. Il LED non impiega materiali inquinanti (mercurio, piombo, metalli pesanti) come le lampade al sodio e non emette anidride carbonica
2. La tecnologia LED ha un minimo impatto termico nell’ambiente
Il Led sta, peraltro, iniziando ad essere preso in considerazione anche in Italia. Però in forma sporadica . Bisogna invece elaborare una strategia, anche finanziaria, che consenta in particolare alla Pubblica Amministrazione di potersi dotare di un’illuminazione più efficiente ad a minor costo per essa e per la collettività. E soprattutto aderente pienamente con gli obiettivi internazionali per il risparmio energetico derivanti dall’adesione al Protocollo di Kyoto.
Sembra tutto così facile ma poi mancano sempre gli strumenti per realizzare gli obiettivi. Questa volta tentiamo di farcela, invece di proporre inutili centrali nucleari!
sabato 4 ottobre 2008
domenica 21 settembre 2008
Dibattito sulle fonti di energia
Mi sento perfettamente in linea. Credo che il mio e credo il suo sforzo sia quello di "provocare" un dibattito senza nulla di predefinito ma al fine di poter permettere a chi deve, di fare delle scelte meditate comprendendo tutti i lati del problema e non prendere soluzioni solo per inconfessabili interessi। La partita è troppo seria. Io do la mia disponibilità a collaborare in tutte le forme possibili in base alle mie competenze.
La ringrazio ed a risentirci.
Depinguente
lunedì 1 settembre 2008
giovedì 28 agosto 2008
lunedì 25 agosto 2008
PIANO ECONOMICO-FINANZIARIO di una centrale nucleare
(Costruzione, gestione ,profitti E/o perdite)
Si insiste sul tema dell’energia elettrica prodotta con impianti nucleari in quanto è stato definitivamente varato dal Parlamento italiano un provvedimento di iniziativa Governativa, il DL n.112 del 25/6/2008, che con l’art. 7 dà l’avvio al nucleare in Italia prevedendo la realizzazione di centrali nucleari; senza oneri, però, a carico dello Stato ma a carico dei privati investitori interessati al business. Inoltre, si continua da parte di ministri ed esponenti della maggioranza ad enfatizzare la scelta del nucleare ipotizzando anche il numero delle centrali da realizzare (5 o 6 come ha detto il Ministro Scajola).
Quindi, ci siamo: il nucleare italiano parte.
Allora è oltremodo importante dibattere sul tema e mettere in luce tutti i molti aspetti negativi che l’energia elettrica prodotta con tecnologia nucleare comporta e i pochi positivi.
Chiariamo: stiamo parlando di energia elettrica prodotta con centrali nucleari, non di tutta l’energia che il paese consuma. Dato il 100% l’energia globale consumata dal paese, l’energia elettrica è il 20%. Quindi parliamo del 20% dell’energia. Il resto non può esser prodotto con il nucleare (l’energia dei trasporti, del riscaldamento, parzialmente dell’industria, il tutto pari all’80% è e resterà soddisfatta con fonti fossili). Quindi, come si vedrà un immane sforzo per un risultato solo in termini di cambiamento del mix di fonti (meno elettrico prodotto con fonti fossili e meno acquisti dall’estero di energia elettrica).
Quali benefici può dare tale immane sforzo? La gestione di una centrale nucleare per la produzione di energia elettrica è un business? Fa utili? Produce cassa? Il costo al kwh per il paese, e quindi per il cittadino, migliora tanto da finalmente pensare di poter pagare meno l’energia?
Ecco, io parto da qui, perché è l’ambito che mi è più congeniale essendo un dirigente di una finanziaria di investimento ed elaboro per mestiere piani economico finanziari per opere infrastrutturali. Intendo, dunque, verificare se può essere un business con le caratteristiche di appetibilità per investitori istituzionali.
Utilizzando i valori di un precedente mio post (pubblicato su questo blog nel 2008 sotto il titolo “il nucleare – la nuova ideologia”) aggiornati con i dati recenti prodotti da Legambiente nel suo rapporto “ i costi nascosti del nucleare” di agosto 2008 (1) per quel che riguarda il costo di costruzione e di decommissioning (smantellamento alla fine della vita utile dell’impianto), ho elaborato un Piano Economico Finanziario (più oltre detto PEF) di esercizio trentennale di una centrale nucleare da 1.800 Mwh di potenza installata, che già era alla base del lavoro precedente.
Si sottolinea l’importanza del Piano Economico Finanziario che è uno strumento che, con l’inserimento di ipotesi le più realistiche possibili, consente di visualizzare gli effetti economici e di equilibrio patrimoniale/finanziario di investimenti infrastrutturali di lungo periodo. Consente, quindi, di valutare la fattibilità ed a quali condizioni di finanziamento, oltre che i benefici che l’investimento può dare. Nel caso in questione va valutato se una centrale nucleare è un business profittevole, quali e quanti sono i costi da finanziare e se produce utilità per il sistema paese. Il PEF è strumento ben noto agli analisti finanziari ed alle imprese, ma anche alle amministrazioni pubbliche che nei bandi per l’affidamento di servizi in concessione, per i Project financing e quant’altro, sono use chiedere, ai soggetti che intendono concorrere, dettagliati PEF pluridecennali. Quindi, è uno strumento decisivo per le scelte di convenienza e fattibilità di un dato investimento.
Peraltro, si deve rilavare che sia il rapporto di Legambiente che altri lavori ed opere citate in nota, confermano le valutazione espresse nel precedente post che pertanto conserva la sua validità. Quello presente tende a meglio spiegare la costruzione del PEF e gli esiti del medesimo.
I valori che sono stati immessi per la simulazione sono in buona parte desunti da letteratura in materia che viene citata in nota. Si segnala in particolare anche il contributo della comunità dei BLOG che ha una vastissima produzione sul tema.
Ci si è orientati sull’analisi economico/finanziaria in quanto, relativamente al problema dell’energia elettrica prodotta con impianti nucleari, sembra l’aspetto meno esplorato. Restano valide tutte le considerazioni sulla inopportunità di fondo dell’opzione nucleare per le seguenti considerazioni:
· Sulle criticità in ordine alla sicurezza che ad oggi le centrali rappresentano (incidenti, attacchi terroristici, inquinamento costante nella fasi di predisposizione e preparazione del combustibile, etc.)
· Sull’irrisolto problema delle scorie
· Sulla contiguità tra tecnologia nucleare civile e militare
· Sull’entità esagerata dell’investimento
· Sul conseguente drenaggio di risorse a scapito di altre e meno invasive soluzioni per l’energia
· Sui tempi di realizzazione e sulla lievitazione dei costi in corso d’opera
· Sulla mancanza assoluta di trasparenza (nelle notizie di incidente, nella predisposizione o meno – in realtà sempre meno – di piani di evacuazione e soccorso in caso di incidente (2), ed in tutti i fatti riguardanti la centrale fin dalla fase del progetto)
A queste considerazioni, di per sé sufficienti per abbandonare il nucleare, vanno aggiunte anche le valutazioni di carattere economico-finanziario che si impongono e vanno esplorate ed evidenziati i risultati per averne un quadro completo.
Tale lavoro si impone in quanto, da parte dei sostenitori del nucleare e dalle forze imprenditoriali lobbisticamente interessate al nucleare, c’è la tendenza marcata a sottostimare i costi dei progetto per dimostrarne la convenienza. In particolare nei progetti si tende a non considerare:
· il costo del decommissioning che, come vedremo, ha un’incidenza molto significativa, superiore al costo di realizzazione
· i costi per la sicurezza
· i costi per lo stoccaggio delle scorie (ricerca e/o servizi di terzi)
· i costi di assicurazione
Disinformazione e mistificazione vanno smascherate, è un tema troppo delicato per non attuare una seria vigilanza.
Quindi, gli assunti di base del PEF ricomprendono anche le voci sopraindicate, tentando di considerare tutti i costi e gli oneri necessari per una corretta gestione dell’impianto. In sostanza, ripercorrono quelli del precedente mio post, e vengono riproposti nella tabella che segue (con l’aggiornamento dei costi di costruzione di cui si è detto (vedi nota 1)). Visto lo spirito del provvedimento governativo, non è stato previsto alcun incentivo. Peraltro, visti i livelli di investimento che si desumono dal rapporto di Legambiente, rapportato al programma che il governo intenderebbe licenziare, si deve esprimere una fortissima perplessità sulla sua fattibilità (3).
ASSUNTI DI BASE
costo costruzione- 6,862 miliardi di €
Costo di smantellamento-8,086 miliardi di € (1,18 volte il costo iniziale)
Produzione annua (95% con 5% per fermo manutenzione) 14.980.000.000 kwh
Benefici al territorio (Energia annua concessa gratuitamente ) 15।577.000 kwh (pari al 10% dell’energia prodotta)
Prezzo di vendita del kwh 0,0964 €/kwh (rettificato del 3% annuo)
Costi per la sicurezza 200 mil €/anno
Materia prima 3% dei costi 70 mil €/anno
Costi di stoccaggio 140.mil €/anno (costi per servizi o investimenti alla ricerca di soluzioni)
Finanziamento dei costi di sola costruzione 90% al tasso del 5,75%
Ammortamento dell’investimento 1/30° del costo
Accantonamento decommissioning। quota annua del costo finale al c/economico e accantonamento di pari somme liquide
Incentivi statali Nessuno (visto lo spirito del Decreto Governativo 112 dell’estate 2008)
Con tali assunti è stato sviluppato un piano di gestione trentennale, vita possibilmente utile per una centrale dal momento del completamento, con la definizione di situazioni economiche, finanziarie ed elaborazione dei flussi di cassa ottenibili. Si è ipotizzato di elaborare il piano a partire dall’ultimazione della centrale, quindi non sono stati considerati i tempi di autorizzazione e di costruzione. Ipotizzando 10 anni per realizzare la centrale, essa sarebbe pronta nel 2018, quindi il piano trentennale varrebbe per il periodo 2018-2048: stime di autorevoli scienziati dicono che oltre tale data l’uranio potrebbe essere esaurito. Quindi, i benefici dall’energia nucleare partirebbero con il 2018, avviando l’iter amministrativo oggi e senza registrare intoppi di nessun genere.
I risultati dell’elaborazione sarebbero i seguenti:
· Profittabilità (produzione di utili) – si genererebbe una situazione costante di perdite per tutti i 30 anni (23 di forti perdite fino a 6,5 mdi/€ temperati da 7 anni di modesti utili pari a 0,5 mdi/€ per un saldo netto negativo di 6 mdi/€). Il saldo finale del Patrimonio della società (capitale di dotazione iniziale + utili e -perdite) sarebbe ampiamente negativo (circa 4 mdi/€) (4)
· Liquidità (cassa) – vi sarebbe una produzione di cassa nulla (indebitamento bancario sul breve termine di 3,5 mdi /€ al 30° anno), quindi la liquidità sarebbe negativa dopo aver assolto agli oneri dello smantellamento, per i quali sono previsti e stanziati, anno per anno, fondi liquidi e quote दी ammortamento in modo da attribuire ad ogni anno una parte dell’onere futuro (veदी sempre nota 4)
· Il misuratore dell’appetibilità dell’investimento in termini di generazione di liquidità, espresso mediante un tasso (IRR, tasso interno di rendimento) da comparare con i tassi vigenti sul mercato, è negativo (-3%). Tale fatto indica che il business non sarebbe interessante per eventuali investitori (e per il mercato) , avrebbe performances molto negative per di più con un alto rischio di non raggiungimento neppure delle già negative performances ipotizzate. (vedi sempre nota 4)
· Un costo del kwh prodotto di € 0,18 che sarebbe superiore al costo del kwh prodotto con altre fonti (nella scala dei costi sotto riportata si collocherebbe in posizione di coda esaltante)
Fonte di produzione Costo al Kw dati 2003
Idroelettrico 0,02 €
Carbone 0,02 €
Gas 0,04 €
Biogas 0,05 €
Geotermico 0,07 €
Eolico 0,07 €
Fotovoltaico 0,17 € al netto del conto energia
Nucleare 0,18 €
Si osserva che in alcune statistiche il costo al kw del nucleare viene dato a 0,03€ (5) ma ciò deriva dalle valutazioni che non tengono conto di tutti gli oneri del sistema nucleare (in particolare, come dicevo prima, smantellamento, benefici al territorio e sicurezza esterna). Inserendo anche tali rilevanti voci, ecco che il costo aumenta sensibilmente fino a raggiungere valori per kwh che ne fanno una delle fonti più onerose.
E' disponibile, per chi fosse interessato, l'analisi econimoco-finanziaria di ciascuno dei 30 anni ed una sintesi patrimoniale ed economica della simulazione con visualizzazione a step di 5 anni. La parte finale costituisce l’esito a 30 anni (cassa e utili, oltre che patrimonio e debiti). Si ricorda che anno per anno una quota del costo ipotizzato per il decommissioning è stata portata a c/economico e accantonata nella stessa misura tra i fondi liquidi (liquidità) disponibili alla fine per sostenere l’onere finale.
Quindi:
· Il nucleare, in assenza di forti incentivi statali non è un business appetibile per gli investitori (prova ne sia che negli ultimi 30 anni in USA dove l’energia è in mano ai privati, non vi sono stati ordini per nuove centrali);
· lo Stato, avendo già manifestato la volontà di non sostenere gli oneri del programma (vedi il DL 112 del 25 giugno 2008, art. 7, che prevede l’avvio del programma nucleare con oneri a carico del costruttore o del gestore della centrale, non dello Stato), non si pone nell’ottica di incentivare il comparto ma di fare da spettatore e regolatore senza coinvolgimenti finanziari (è il senso del provvedimento del Governo). E’ però evidente che una politica nucleare senza incentivazione (o addirittura partecipazione diretta dello Stato come in Francia) non può avviarsi, in quanto il nucleare è un business ad altissimo contenuto di investimento ed a bassa resa, comunque al di fuori della portata dell’imprenditore privato se lo Stato non partecipa alla sua gestione.
· Ogni programma sul nucleare dovrebbe avere ben chiaro che economicamente e finanziariamente l’esito di un investimento è fortemente negativo. Solo un massiccio intervento pubblico può renderlo appetibile. Ma allora lo sforzo finanziario dello stato farebbe ulteriormente venir meno le motivazioni logiche alla scelta di un programma nucleare, cioè l’abbassamento dei costi paese per l’energia. Il nucleare con il carico di problemi che si porta (sicurezza, scorie, pericolosità e complessità di processo) se non produce vantaggi economici nella sua gestione, cioè se una scelta nucleare non migliora la bolletta elettrica del paese (6), non si capisce perché debba esser scelto. Si affollano cupi pensieri che nulla hanno a che vedere con l’interesse della collettività, quanto dei potentati economici interessati allo sviluppo del nucleare. Solo le generose sovvenzioni governative, a spese ovviamente della collettività, possono simulare una competitività dei costi complessivi del nucleare. O forse solo offrire lauti affari all’industria nucleare e alla speculazione finanziaria a spese della collettività (7).
Meglio allora battere altre strade: gli stessi investimenti in termini finanziari siano dirottati sulle fonti rinnovabili e sulla ricerca sull’utilizzo migliore delle fonti fossili,oltre che sul risparmio energetico (es. illuminazione pubblica a LED, con enorme risparmio energetico rispetto all’illuminazione ad incandescenza) e sulla lotta allo spreco di energia.
Un’ultima parola sullo spreco di energia: l’esempio più eclatante ed ignobile degli sprechi sono le guerre. Che cosa è, se non lo spreco più indecente, una spesa militare che nel mondo ha superato i 1.200 miliardi di USD /anno (ma i calcoli delle guerre in atto fanno pensare a valori ancora più alti) circa i 2/3 del PIL italiano. Quanti problemi potrebbero esser risolti: povertà, salute, energia.
E per sostenere questi folli sprechi economici dovremmo accettare la costruzione di centrali nucleari, tanto pericolose e con una tale complessa gestione?(8)
NOTE
(1) Legambiente rapporto dell’agosto 2008 su “I costi nascosti del nucleare” . I costi di costruzione sono indicati in una tabella che qui si riporta che mette in evidenza varie stime fatte da autorevoli enti, finanziari e gestori di impianti nucleari. Si è preso un dato medio quale elemento affidabile che assomma sia le tesi più ottimistiche che quelle più pessimistiche.
Ente Costo totale per Centrale Costo per Centrale Da 1800 Mw Costo per Kw in €
FPL * 5,3 miliardi € /1000 Mw 9,54 miliardi € 5.300 €
Moody’s investors
Service (2008) 4,6 miliardi € /1.000 Mw 8,28 miliardi € 4.600 €
En। On (D) 5,5, miliardi €/ 1.600 Mw 6,187 miliardi € 3.437 €
Enel (2008) 3,25 miliardi € Per 1।700 Mw 3,440 miliardi € 1.912 €
MEDIA 6,862 miliardi € 3.812 €
(2) http://www.greenaction-planet.org/, in cui si lancia l’allarme sulla mancanza di piani specifici a Trieste e nel Friuli Venezia Giulia per eventuali incidente alla centrale slovena di Krsko, sita a 140 km da Trieste
(3) il costo di una centrale da 1.800 Mwh di Potenza può stimarsi attorno a 6-7 mdi/€ (costo al kwh 3.833 €. Quindi, le 6 centrali richiedono un impegno finanziario di oltre 41.000 mdi/€ ( oltre 79.000 mdi di vecchie Lire) cui vanno aggiunti altri 48,5 mdi/€ per il decommissioning . Il progetto, in totale vale quasi 89.000 mdi/€ da spendere nell’arco di qualche decennio ma che appare molto ambizioso per un paese a forte criticità finanziaria come l’Italia. E per giunta senza che dal programma vi siano benefici, anzi, come vedremo con la simulazione effettuata, si generano forti perdite.
(4) Si noti che nel precedente post su questo blog, era stato ipotizzato un costo per la centrale di 3,96 miliardi di €, inferiore del 40% all’attuale previsioni. E’ un dato ricorrente lo sforamento dei costi (in Finlandia si è giunti al raddoppio del costo dell’unica centrale in costruzione in europa – http://dismol.splinder.com/post/17982848/L), anche nei costi del Decommissioning (http://perfettaletizia.blogspot.com/ e, per il deposito di stoccaggio di Yucca Mountain http://mondoelettrico.blogspot.com/) e le valutazioni degli analisti tengono conto di tale fattore. Comunque, anche con il dato più contenuto del precedente post, l’esito del PEF era comunque negativo e dimostrava che anche ad un valore di investimento notevolmente minore, l’esito del progetto nucleare era negativo e sicuramente non appetibile per un investitore. Ma soprattutto dava al paese non utili ma perdite, quindi, non vantaggi ma ulteriori problemi. E ciò anche perché è la gestione stessa a non essere profittevole indipendentemente dagli ammortamenti del valore degli investimenti.
(5) Per tale confronto e per altri argomenti che confermano le tesi di questo blog, vedi http://www.ecoage.it/
(6) http://adhoc-crazia.blogspot.com/
(7) Angelo Baracca, “L’Italia torna al nucleare?”, Jaca Book, pg. 205
(8) Angelo Baracca, “L’Italia torna al nucleare?”, Jaca Book, pg. 198 e seg.
domenica 17 agosto 2008
giovedì 26 giugno 2008
Il nucleare – la nuova ideologia
Comunismo, fascismo, democrazia cristiana o proletaria? Roba del passato. Da qualche settimana è nata l’ideologia delle ideologie: l’energia nucleare.
Tutti nella maggioranza nazionale (ma anche in quelle locali dove il centrodestra è al governo) parlano fideisticamente del nuovo ricorso dell’Italia al nucleare. Illuminati sulla via di Damasco (peccato che non lo siano stati anche in campagna elettorale! Ma, d’altronde, è accaduto anche per altri argomenti come per i fannulloni della Pubblica Amministrazione o per la distinzione tra processi pericolosi o meno o per l’esercito nelle città), subito si dà il via al programma e, con il Consiglio dei Ministri di metà giugno, sono stati messi i ferri in acqua:
· Il Governo ha il compito di individuare i siti di insediamento di centrali nucleari
· Il Governo determina le provvidenze da destinare alle comunità locali che acconsentono all’insediamento di centrali sul loro territorio
Il tutto senza oneri a carico dello Stato ma solo di chi costruirà o gestirà le centrali stesse.
Ora senza perdersi in argomenti sterili o ragionamenti non basati su dati ma solo su un’aprioristica contrarietà dettata anche dalla paura, vorrei affrontare il tema basandomi su elementi concreti per tentare di analizzare il problema sotto diverse angolazioni quali:
· Entità dell’impegno finanziario per la realizzazione del programma e benefici al bilancio energetico del paese
· Profittabilità dell’investimento nel nucleare anche per potenziali investitori.
ENTITA’ DELL’IMPEGNO FINANZIARIO E BENEFICI PER IL SISTEMA PAESE
Si parla di costruire 5/6 centrali con una potenza installata ciascuna pari a 1,8 Giga wh, cioè 1.800 Mwh, cioè 1.800.000 Kwh. Significa, in pratica una potenza pari all’energia elettrica consumata da 600.000 unità abitative che assorbano 3 kwh anno (normalmente mediamente se ne assorbono la metà per cui le unità abitative aumentano a 1.000.000/1.200.000). Quindi, le 6 centrali darebbero energia elettrica a 6/7.000.000 unità abitative.
Infatti, le 6 centrali sono destinate a produrre energia pari al 20/25% del fabbisogno nazionale di elettricità. Quindi, è previsto un ribilanciamento delle fonti di produzione di energia elettrica con una supposta migliore bolletta elettrica-paese, non certo una integrale sostituzione con una totale autonomia dagli acquisti dall’estero.
Il costo di una centrale da 1,8 Gigawhp può stimarsi pari a 3,96 mdi di € (costo al kwh di potenza 2.220 € X 1.800.000 kw = 3,96 miliardi di € (1)). Quindi, le 6 centrali richiedono un impegno finanziario di 23,760 miliardi di € (46.000 miliardi di vecchie £ire ).
Ma non finisce qui. Ai precedenti costi ne vanno sommati altri e più rilevanti che certamente si debbono sostenere ma che spesso non vengono stimati. Infatti nei progetti relativi al nucleare, sia che riguardino interventi pubblici che investimenti privati, ove si guarda la convenienza del business da intraprendere, ovvero ove si calcola il costo al kwh dell’energia prodotta, di solito non si tiene conto di altri rilevanti oneri certi nel loro accadere anche se incerti spesso nel quantum e nel quando, quali in particolare:
· smantellamento della centrale al termine della sua vita utile. L’onere può raggiungere anche 2,5 volte l’investimento iniziale (Negli USA lo smantellamento della centrale di MAINE YANKEE, costruita negli anni ’60 con un impegno di 231 miliardi di $ fu smantellata con un costo di 635 miliardi di $ pari a 2,75 volte il valore iniziale) (2). Buona parte della lievitazione del costo rispetto a quello iniziale è dovuta all’adeguamento dei prezzi per il decorrere del tempo (costruzione all’anno 1; smantellamento all’anno 30-40), ma non solo.
· Benefici da concedere alla popolazioni locali per il loro assenso alla localizzazione della centrale. Costo incerto nel quantum ma certo nel se, variabile caso per caso, ma sicuramente importante nelle dimensioni.
· Oneri per la sicurezza esterna alla centrale (terrorismo, sabotaggi, etc.).
· Compartecipazione ai costi futuri per la definizione dei siti di stoccaggio delle scorie (oggi lo stoccaggio avviene nelle centrali stesse con procedimenti provvisori e non sicuri (3))
· Variabile del prezzo dell’Uranio. Nel 2003 una Libra (0,5 kg) valeva sul mercato 10,15 $. Nell’aprile 2007 il prezzo è salito a 113 $/libra con una crescita del 1.300% (4). Inoltre, il procedimento di arricchimento, necessario per essere utile al funzionamento di una centrale (produzione della scissione e della reazione a catena), è molto complesso ed in mano a poche sofisticate imprese (oligopolio). Ancora, il processo di estrazione è molto pericoloso e sta determinando un’altissima mortalità negli addetti all’estrazione (5). Tutti questi elementi rendono insicura la regolarità dell’approvvigionamento, fatto che può determinare ulteriori e maggiori costi di gestione.
VALUTAZIONE DELLA PROFITTABILITA’ DELL’ ATTIVITA’ DI ESERCIZIO DI UNA CENTRALE E COSTO AL KW.
Si è tentato, con gli elementi a disposizione, di fare una simulazione di un piano Economico-finanziario per una centrale nucleare da 1,8 Gigawh, come quelle che si intendono realizzare, con i seguenti assunti:
Costo di costruzione: 3,960 miliardi di €
Costo di smantellamento 9,3 miliardi di € (2,35 volte il costo iniziale)
Produzione annua (95% con 5% per fermo manutenzione)
14.980.000.000 kwh
15.577.000 kwh (pari al 10% energia prodotta)
Prezzo di vendita del kw 0,0964 €/kwh (rettificato del 3% annuo)
Con tali assunti è stato sviluppato un piano di gestione trentennale, vita possibilmente utile per una centrale dal momento del completamento, con la definizione di situazioni economiche, finanziarie ed elaborazione dei flussi di cassa ottenibili. Si è ipotizzato di elaborare il piano a partire dall’ultimazione della centrale, quindi non sono stati considerati i tempi di autorizzazione e di costruzione. Ipotizzando 10 anni per realizzare la centrale, essa sarebbe pronta nel 2018, quindi il piano trentennale varrebbe per il periodo 2018-2048: stime di autorevoli scienziati dicono che oltre tale data l’uranio potrebbe essere esaurito. Quindi, i benefici dall’energia nucleare partirebbero con il 2018, avviando l’iter amministrativo oggi e senza registrare intoppi di nessun genere.
I risultati dell’elaborazione sarebbero i seguenti:
· Profittabilità (produzione di utili) – si genererebbe una situazione costante di perdite per tutti i 30 anni. Il saldo finale del Patrimonio della società (capitale di dotazione iniziale + utili e -perdite) sarebbe ampiamente negativo
· Liquidità (cassa) – vi sarebbe una produzione di cassa nulla (indebitamento bancario sul breve termine), quindi la liquidità sarebbe negativa dopo aver assolto agli oneri dello smantellamento, per i quali sono previsti e stanziati, anno per anno, fondi liquidi e quote di ammortamento in modo da attribuire ad ogni anno una parte dell’onere futuro
· Il misuratore dell’appetibilità dell’investimento in termini di generazione di liquidità, espresso mediante un tasso (IRR, tasso interno di rendimento) da comparare con i tassi vigenti sul mercato, è molto modesto (2,24%). Tale fatto indica che l’investimento non sarebbe interessante per gli investitori (e per il mercato) e avrebbe un alto tasso di rischiosità di non raggiungimento delle performances ipotizzate.
· Un costo del kwh prodotto di € 0,108 che sarebbe superiore al costo del kwh prodotto con altre fonti (nella scala dei costi sotto riportata si collocherebbe in posizione non esaltante) come si evince dalla sottoriportata scaletta:
Fonte di Produzione Costo al Kw dati 2003
Idroelettrico 0,02 €
Carbone 0,02 €
Gas 0,04 €
Biogas 0,05 €
Geotermico 0,07 €
Eolico 0,07 €
Nucleare 0,11 €
Fotovoltaico 0,17 € al netto del conto energia
Si osserva che in alcune statistiche il costo al kw del nucleare viene dato a 0,03 € ma ciò deriva dalle valutazioni che non tengono conto di tutti gli oneri del sistema nucleare (in particolare, come dicevo prima, smantellamento, benefici al territorio e sicurezza esterna) (6) (7). Inserendo anche tali rilevanti voci di costo ecco che il costo aumenta sensibilmente fino a raggiungere valori che ne fanno una delle fonti più onerose (8).
SINTESI
Da tutto quanto detto sopra si ritiene che la soluzione dei problemi energetici attraverso il nucleare presenti una serie di problematiche che vanno al di là del già noto e di cui tutti parlano come:
· Gestione delle scorie (problema irrisolto)
· Sicurezza (standard accettabili ancora da raggiungere con le centrali di nuova generazione per le quali, però, sembrano necessari ancora 20 anni di studi e ricerche)
· Tempi di costruzione ( lunghi ed incerti)
A queste rilevantissime problematiche deve aggiungersi un’altra serie di perplessità quali:
· L’inesistente profittabilità della gestione di un business di produzione di energia elettrica dal nucleare
· La delicata sostenibilità finanziaria di un programma ambizioso che prevede la costruzione di più centrali, programma difficile ed impegnativo (per un paese critico come l’Italia) che però permette solo un riequilibrio delle fonti ma non offre soluzioni definitive al problema energia
· La probabile assenza di operatori privati interessati a sviluppare il business
· La dubbia economicità del kwh nucleare rispetto a molte delle altre fonti di produzione
· L’incerta durata dell’uranio che, se coniugata con la lentezza delle procedure e della costruzione, rischia di ridurre la durata di vita utile delle centrali ad un arco temporale troppo breve perché possa dirsi conveniente il ricorso al nucleare.
· lo Stato, avendo già manifestato la volontà di non sostenere gli oneri del programma, non si pone nell’ottica di incentivare il comparto ma di fare da spettatore e regolatore senza coinvolgimenti finanziari (è il senso dei provvedimenti dell’ultimo Consiglio dei Ministri). E’ però evidente che una politica nucleare senza incentivazione (o addirittura partecipazione diretta dello Stato come in Francia) non può avviarsi, in quanto il nucleare è un business ad altissimo contenuto di investimento ed a bassa resa, comunque al di fuori della portata dell’imprenditore privato se lo Stato non partecipa alla sua gestione.
CONCLUSIONI
Quindi il nucleare è una scelta molto dubbia in quanto:
· Insicuro e pericoloso (gestione anche delle fasi precedenti: arricchimento dell’uranio e successive: stoccaggio))
· Di durata limitata nel tempo
· Con costi al kw più elevati di altre fonti
· Con scarsa profittabilità come business.
Meglio sarebbe destinare le stesse risorse allo sviluppo di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e nella ricerca per un miglior utilizzo e resa delle fonti alternative medesime. Inoltre, una fonte di enorme produzione di energia è il risparmio nell’utilizzo pubblico e privato (si pensi all’illuminazione pubblica a led che consentirebbe risparmi significativi, pari almeno a oltre la metà dell’energia consumata con le attuali forme di illuminazione), che va incentivato e su cui vanno fatti investimenti pubblici e privati.
NOTE
(1) http://titano.sede.enea.it
(2) www.ecoage.it/energia nucleare costi
(3) Il Venerdì di repubblica, n. 1056 del 13/6/08, pg. 74, servizio di Alex Saragosa, Federico Ferrazza
(4) Liberazione 24 maggio 2008, pg. 6, articolo di Emanuele Isonio
(5) Liberazione 24 maggio 2008, pg. 7, articolo di Emanuele Isonio
(6) Grean Peace – I costi economici del nucleare. Sintesi del rapporto. Maggio 2007
(7) http://lists.peace link.it/ecologia/2008/06
(8) http://www.tazioborges.it/energia%20elettrica/EE%201.htm
lunedì 2 giugno 2008
Così, con legge del 1966, nel successivo anno 1967 nacque la Finanziaria Regionale Friuli Venezia Giulia – Friulia S.p.A. con un capitale sociale di £ 500.000.000 detenuto in larga maggioranza dalla Regione Friuli Venezia Giulia e da soci di minoranza – banche e assicurazioni tra cui le Assicurazioni Generali.
Iniziò, quindi, il cammino e alla finanziaria fu data una missione mista:
· Pubblica – consistente nel concorrere allo sviluppo dell’economia regionale in accordo con la programmazione di volta in volta emanata dall’organo politico del socio di maggioranza;
· Privata – e cioè, al pari di ogni società di capitali, raggiungere le migliori performances possibili in modo da accrescere il patrimonio di dotazione.
Quali strumenti di politica industriale furono individuate le seguenti modalità operative:
· Partecipazioni al capitale di rischio di società di capitali operanti in Regione, in posizione di minoranza (massimo al 35%) e con funzioni di assistenza ed affiancamento all’ imprenditore, mai di sostituzione a questo (Friulia non doveva, come non ha mai fatto, avere responsabilità imprenditoriali). Per un controllo dell’investimento e per svolgere meglio l’attività di affiancamento, si decise di inserire uomini Friulia negli organi sociali delle partecipate;
· Finanziamenti di medio termine alle società nelle quali sia stata acquisita una partecipazione al capitale. L’attività di Friulia non doveva sovrapporsi al sistema bancario, ma finanziare con mutuo di scopo solo i programmi aziendali che avessero trovato condivisione attraverso la deliberata partecipazione al capitale.
Altre modalità operative erano rese possibili (garanzie, consulenze) ma non costituirono mai un filone di attività molto rilevante.
Così concepita, Friulia non rischiava di ripercorrere errori già noti come quelli dell’IRI che aveva assunto ruoli imprenditoriali in settori privati non strategici, con le conseguenze che conosciamo. Ne d’altronde costituiva un semplice operatore finanziario in più sul mercato. La sua connotazione era quella di finanziare progetti d’impresa, di valutare i business-plan e di decidere se le possibilità di successo fossero superiori ai rischi di insuccesso. In tale campo coloro che operarono nella società capirono quanto fosse fondamentale acquisire una specializzazione nel conoscere l’impresa e valutarne i progetti. Infatti, il team Friulia divenne esperto nell'analisi d'impresa ed il giudizio degli uomini Friulia è sempre stato preso molto seriamente.
L’attività partì, dapprima in sordina in quanto ci volle tempo perché il mercato delle imprese capisse le potenzialità dello strumento. Le operazioni non furono molte ma permisero lentamente di perfezionare il delicato rapporto finanziaria-imprese. La Friulia, pian piano, si accreditò come importante agenzia per lo sviluppo a sostegno delle imprese. L’esempio del Friuli Venezia Giulia venne seguito da quasi tutte le Regioni d’Italia sia a Statuto speciale che a Statuto ordinario e ciascuna creò una finanziaria regionale. Di queste alcune operavano finanziariamente come Friulia, altre erano tarate sui servizi, sulle consulenze e sulla gestione di mezzi regionali. Friulia fu sempre leader del movimento delle finanziarie regionali e vista come modello cui fare riferimento.
Poi ci fu il terremoto del 1976 che sconvolse il Friuli e la Friulia fu chiamata al compito molto importante della ricostruzione industriale. E’ noto che la Regione, cui nella vicenda fu affidato un ruolo centrale sia nella gestione dei soccorsi che nella ricostruzione, diede priorità al recupero dei posti di lavoro rimettendo rapidamente in piedi le fabbriche e lo strumento Friulia fu importantissimo. Essa doveva valutare i piani di ricostruzione delle imprese, i loro business plan ed erogare le somme necessarie alla rinascita con partecipazioni al capitale ed ancor più con finanziamenti. La Regione diede le somme necessarie incrementando di molto il Patrimonio della società.
Nella drammaticità dell’evento Friulia crebbe molto e, con un’ascesa che non si fermò più fino ai nostri tempi, aumentò anno dopo anno il suo portafoglio partecipazioni. E’ in questo periodo che erroneamente si è pensato che Friulia operasse salvataggi di imprese decotte. In realtà gli inizi degli anni ’80 furono anni di forte crisi e i rischi dell’attività aumentarono. Mai, però, si è intervenuto in situazioni preliminarmente senza speranza, ma in situazioni ad alto rischio a fronte di progetti di ristrutturazione credibili, non sempre però andati a buon fine.
Agli inizi degli anni ’90 vi fu un evento epocale: l’Unione Europea, in ragione delle norme sulla concorrenza, pretese che gli interventi Friulia fossero allineati alle condizioni medie del mercato finanziario. A quel tempo una parte degli interventi avveniva a tassi agevolati perché le risorse derivavano da un Fondo di Dotazione erogato dalla Regione alla Friulia per interventi socio-economici. Dal 1991 anche detti interventi dovevano essere a tassi medi di mercato. Peraltro, va detto che la Friulia aveva una forte dotazione di capitale sufficiente per la sua attività. I nuovi investimenti venivano finanziati con la liquidità esistente mantenuta ed accresciuta dai proventi dell’attività. Infatti, il Patrimonio della Friulia era giunto a circa 350 miliardi di £, cioè 180 mil € (il socio di maggioranza Regione dal 1988 non eroga più mezzi per incrementare il Patrimonio).
La chiusura del contenzioso regione Unione Europea non costituì alcun freno alla crescita, bensì Friulia migliorò ulteriormente i propri risultati senza ridursi nel portafoglio. Tra l’altro, va detto che l’attività nel tempo ha registrato anche il fallimento di alcune iniziative che la vedevano presente, alcune anche di una certa rilevanza ed entità. Ciononostante, la Friulia non ha mai perso una lira del patrimonio datole dai soci, ma le perdite delle singole operazioni sono state nel tempo ampiamente compensate dagli utili annuali. Infatti, il Patrimonio è accompagnato da riserve da utili che hanno raggiunto e superato finanche il 30% del Patrimonio stesso.
Il successo di Friulia è misurato anche dalle statistiche dell’AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e del Venture Capital) che colloca il Friuli Venezia Giulia, nelle statistiche 2003, al 2° posto su base nazionale dopo la Lombardia ma prima di colossi come Emilia R., Veneto, Lazio, Toscana e Piemonte, per operazioni in private equity e venture capital con riconosciuto merito per la posizione dovuto all’attività significativa di partecipazione della Friulia, con un investito di oltre 51 mil €.
Verso gli anni 2000 Friulia raggiunge un massimo di partecipazioni/anno di 150, dato rilevante in assoluto ma ancor di più eccezionale se si considera che il portafoglio viene gestito da una struttura di 34 unità di cui operativi verso le imprese meno di 15. La caratteristica di una struttura snella è una costante della Friulia i cui organici non hanno superato mai le 50 unità, anche in tempi in cui non c’era alcuna informatizzazione.
Si giunge al 2003/04 anno in cui viene concepita l’ultima trasformazione della finanziaria Friulia: La giunta Illy volle trasformarla in Holding conferendo ad essa tutte le partecipazioni in altre imprese creditizie ed in imprese di servizi che la regione possedeva. Friulia oggi detiene le seguenti società strategiche e che compongono la holding e di cui deve effettuare il coordinamento:
Friulia Lis: che opera nel leasing
Finest: finanziaria per sostenere le joint ventures di operatori regionali con imprenditori dei paesi dell’EST Europeo
Autovie Venete: concessionaria dell’autostrada Trieste-Venezia-Udine
Agemont: finanziaria e parco scientifico per l’area montana
Promotur: gestore degli impianti sciistici dei 5 poli turistici montani regionali
Interporto Alpe Adria: operatore della logistica ferroviaria
Friulia S.g.r.: fondo dedicato ad operazioni di venture capital e start up tecnologiche
Inoltre, Friulia detiene il 49% della società che gestisce l’Aereo-porto Friuli Venezia Giulia, il 47% del Mediocredito Friuli Venezia Giulia (istituto di crediti di medio/lungo termine) ed il 29% di Sviluppo Italia Friuli Venezia Giulia (incubatori di imprese a Trieste, Gorizia e Spilimbergo).
Il Patrimonio netto lievita per tali conferimenti ed oggi è di oltre 800 mil €.
Friulia, peraltro mantiene la sua attività caratteristica di finanziaria di partecipazione e finanziamenti verso le imprese del Friuli Venezia Giulia.
Per tutto ciò, attività caratteristica e coordinamento della holding, le risorse umane, seppur potenziate, non superano le 40 unità.
Inoltre, la Giunta Illy ha teso ad operare una “trasformazione” nelle modalità operative della finanziaria, da interventi a sostegno della crescita in attività di Merchant Banking. Al momento pare che tale indirizzo non sia coerente con ciò di cui il territorio ha bisogno (il tessuto economico della regione è ancora troppo fragile) e nel quale non vi sono imprese in numero sufficiente (non si possono prevedere molte operazioni mancando un tessuto di imprese con le caratteristiche volute da un vero Merchant Banking). Prova ne sia che dopo 3 anni le partecipazioni medie/anno sono scese da 150 a meno di 100 (saldo tra tante uscite non sempre per scadenza dei termini e pochi ingressi e non tutti, anzi pochi, di Merchant Banking). Anche le statistiche AIFI registrano il fenomeno ponendo nel 2007 il Friuli Venezia Giulia al 4° posto (dopo Lombardia, ma anche dopo Emilia R., Lazio) rispetto al 2° del 2003 con un investito di 25 mil €.
Inoltre, stenta ad affermarsi l’attività di coordinamento delle società strategiche che continuano a gestire ciascuna il proprio business senza creare le premesse per sinergie.
Al momento, quindi, non pare che la holding sia un ulteriore passo in avanti della crescita della Friulia che oltretutto, per realizzare il progetto, ha dovuto far acquisire ad alcuni soci bancari ed assicurativi un peso rilevante, seppur sempre di minoranza, all’interno della governance e che impone comportamenti tesi più al profitto che allo sviluppo del territorio. Si sta perdendo,quindi, la caratteristica di agenzia per lo sviluppo.
Ma pare che molto delle ultime scelte, con il rinnovo della Giunta e del suo Presidente, debba esser rimeditato, non tanto sulla creazione della Holding che di per sé possiede una certa razionalità ma di cui va perfezionato il meccanismo di coordinamento, quanto sulle linee operative della Friulia core business che deve adeguarsi alle esigenze del territorio e non progettarsi sulla base di una conoscenza erronea della composizione delle imprese del Friuli Venezia Giulia o piuttosto sulla necessità di più alti profitti promessa ai soci di minoranza (banche e assicurazioni che hanno finanziariamente investito in modo importante giungendo dal 13% al 20% della Holding con la regione all’80%) per averne l’adesione al progetto.
lunedì 19 maggio 2008
Friulia: un po' di verità
RISPOSTA A RECENTI AFFERMAZIONI SULL’AZIONE DELLA GIUNTA ILLY E SUI SUOI EFFETTI RELATIVAMENTE ALLA FINANZIARIA ED ALLA HOLDING CREATA
A) PICCOLO mercoledì 14/5
Affermazione
“La giunta Illy ha potenziato Friulia”
Risposta
· Con la creazione della Holding, la regione ha solo parcheggiato in Friulia le proprie partecipazioni senza dare veri poteri a Friulia di coordinamento, controllo e gestione (Friulia non nomina di fatto neppure gli AD delle società).
· Non è avvenuta alcuna integrazione tra le varie società (neppure tra Friulia, Friulia Lis e Finest, tutte operanti nel settore finanziario).
· L’attività tipica di Friulia (partecipazioni e finanziamenti), invece, è stata compressa e trasformata, su livelli quantitativi inferiori, in attività di Merchant Banking (o presunto tale in quanto operazioni di Merchant Banking vero sono state fatte in misura esigua).
Quindi:
· Non vi è stato potenziamento
· Vi è stato snaturamento e depotenziamento
B) PICCOLO 17/5/08 (Giuliano Garau: Friulia, Finanziaria al”top” con la Lombardia. Bilancio in chiusura e dividendi decollano)
Affermazione n. 1
“ Riposizionamento di Friulia su un modello federale (?). Non più contributi a fondo perduto o finanziamenti a tasso agevolato (tipici dell’assistenzialismo) ma supporto agli investimenti per la crescita economica. Vero e proprio capitale di rischio a favore di piccole e medie imprese concesso temporaneamente. Una volta avviato il business, la finanziaria smobilizza la partecipazione e la riutilizza per altri investimenti”
Risposta
L’affermazione è un travisamento dei fatti e della storia di Friulia.
Innanzitutto Friulia, nella sua storia, non ha mai erogato contributi a fondo perduto ( è una società per azioni e, quindi, per il codice civile non potrebbe). Ha , invece, gestito con mandato Fondi regionali (attualmente, ad esempio, il Fondo ex Lg. 4/2005 per gli incentivi e contributi previsti per aumentare la competitività delle PMI regionali; ovvero l’erogazione dei contributi del Fondo strutturale comunitario Obiettivo 2“) svolgendo una prestazione di servizio alla Regione Friuli Venezia Giulia mandante verso corrispettivo per l’attività di mandataria.
Sgombrato il campo dal tema dei contributi a fondo perduto che non hanno mai fatto parte del pacchetto di interventi diretti della Finanziaria, passiamo alle agevolazioni accennate nel testo dell’articolo. I prodotti tipici di Friulia sono partecipazioni al capitale di rischio, in posizione di minoranza e con durata limitata nel tempo (a termine, quindi, con durata mediamente di 5 anni) e finanziamenti di medio periodo garantiti. E’ dal 1990 che Friulia, a seguito della definizione dei rapporti tra Regione e Comunità europea in tema di concorrenza e di possibile lesione dei diritti relativi attraverso condizioni di credito agevolate, ha definito le condizioni finanziarie dei propri interventi (tassi di riferimento applicati) in senso di mercato ed ha configurato il costo (ricavo per Friulia) dei medesimi a livello delle seppur migliori condizioni del mercato del credito (Tasso di riferimento del Ministero del tesoro ed oggi EURIBOR + spread in funzione del rischio dell’operazione), scartando le operazioni in imprese senza prospettiva o con rischio eccessivamente elevato. Infatti, anche il livello di rischio sopportato è mutato nel tempo: non più i salvataggi degli anni ’80, ma solo sostegno allo sviluppo di aziende con prospettive di crescita.
La gestione a seguito delle modifiche comunitarie ha portato nel tempo ad un’ottima situazione economico finanziaria con un Patrimonio Netto, prima della recente creazione della Holding, accresciuto significativamente rispetto alle dotazioni iniziali per effetto di molti utili e scarse perdite registrate nelle operazioni effettuate nelle imprese.
Inoltre, il numero delle operazioni è costantemente cresciuto fino a raggiungere una media di 150 partecipazioni attive/anno, quindi, con una vasta presenza sul territorio.
Quanto detto nell’affermazione 1 che si commenta e definito come “riposizionamento”, è in realtà la situazione in cui si è trovata la Friulia prima della creazione della Holding, che di per sé non ha costituito per nulla elemento di cambiamento nell’attività caratteristica della Friulia.
Invece, la Giunta Illy ha teso ad operare una “trasformazione” nelle modalità operative della finanziaria, non nel senso indicato nell’articolo che si critica e che, come dimostrato, costituiva già operatività della Friulia, bensì in attività di Merchant Banking di cui il territorio non ha bisogno (per essere ancora troppo fragile) e per la quale non vi è sufficiente mercato (non si possono prevedere molte operazioni mancando un tessuto di imprese con le caratteristiche volute da un vero Merchant Banking).
Prova ne sia che dopo 3 anni le partecipazioni medie/anno sono scese da 150 a meno di 100 (saldo tra tante uscite non sempre per scadenza dei termini ma anche per disaffezione verso la società e pochi ingressi e non tutti, anzi pochi, di Merchant Banking).
Affermazione n. 2
“Friulia si è trasformata in una vera e propria banca d’affari che pratica il “Venture capital”
Risposta
L’affermazione lascia intendere un successo del supposto riposizionamento. In realtà per raggiungere tale obiettivo è stata creata una S.G.R. (Friulia S.G.R. S.p.A.) per operare nel Venture Capital, dotandola di ingenti risorse (15 €/mil) in attesa di altre risorse (25 €/mil che si prevedeva mettesse il sistema del credito). Però nel Merchant Banking e nel Venture Capital sono state fatte poche operazioni (inizialmente addirittura si era pensato di fare solo partecipazioni, ma successivamente con realismo si è visto che le partecipazioni, se non accompagnate dai finanziamenti, avevano poco appeal) e di queste solo un numero esiguo con entrata ed uscita a valori di mercato (Merchant Banking). Nel Venture capital, invece le operazioni sono state assolutamente assenti (la S.G.R. ne ha fatta 1 in 2 anni).
Quindi, il tentativo di trasformare Friulia in banca d’affari non ha funzionato, almeno finora. La causa fondamentale è la debolezza della PMI regionali, assolutamente fragili e non ancora pronte per accogliere operazioni di Merchant Banking. Per esse bisogna ancora insistere con prodotti di tipo non evoluto per fare in modo che si sviluppino in modo adeguato e poi destinare ad esse prodotti avanzati. Caso eclatante è l’Eurotech, scoperta nel progetto Piccole Imprese, più volte finanziata, anche nella successiva fase di crescita per linee interne ed esterne, poi sostenuta nella fase di presenza di Fondi di VC e da ultimo nella fase di borsa. Questo è il lavora da fare: un misto tra scouting ed investimento in modo da scoprire, rafforzare e spingere al decollo imprese con alto valore di conoscenze e qualità di prodotto/servizio.
Affermazione n. 3
“Utili con il botto nel 2007/08 – esercizio che sta per chiudersi -.
L’articolo inizia con l’indicazione dell’utile 2006/07 di 15,2 mil € e di utili ancora maggiori per il 2007/08 in chiusura.
La realtà dei fatti, anche se formalmente esatti per il 2006/07, ha però una diversa connotazione.
Al risultato del 2006/07 ha concorso un significativo dividendo di Autovie Venete (9,1 mil €) oltre che plusvalenza da smobilizzo anche anticipato (4,6 mil €)
Il 2007/08 beneficerà di un ancora maggior dividendo da Autovie.
Quindi, non è l’attività di Merchant Banking che genera risultati (e non lo potrebbe perché di norma quasti si hanno solo nel lungo periodo), ma i frutti dell’attività diretta o tramite controllate già esistenti la ciu profittabilità non era ancora emersa. Si sta beneficiando di quello che nel passato con buone gestioni si era seminato, non è il frutto del “nuovo”.
Va anche onestamente detto che in termini di cassa, i dividendi da Autovie vengono compensati con la distribuzione che Friulia fa ai propri soci (10,6 mil € nel 2006/07) per cui l’operazione è più una partita di giro finanziariamente neutra.
Quindi, il supposto riposizionamento strategico attuato dalla Giunta Illy non ha ancora dato frutti (e si pensa che non ne darà neppure nel lungo periodo data l’esiguità delle operazioni fatte di cui poche con rendimento da Merchant Banking).
I risultati raggiunti derivano dall’emersione di utili latenti già presenti all’avvio della nuova strategia e che non sono assolutamente merito di questa.
Affermazione n. 4
Modificato rapporto tra partecipazioni e finanziamenti a vantaggio delle prime.
Risposta
Si dice che dal 30% di investimenti in equity (partecipazioni) e 70% di finanziamenti (crediti verso le imprese) si è passati ad una situazione attuale di 75% di equity e 25% di crediti da finanziamenti.
I dati non sono omogenei in quanto i secondi valori (di arrivo) comprendono le partecipazioni conferite dalla Regione con la creazione della Holding (Autovie, Finest, Promotur, etc.)
Depurando il dato, il rapporto sarebbe 64% contro 36% in miglioramento sempre ma non così netto. Se si guardano i numeri ancora più da vicino, il miglioramento è inficiato dall’aumento drastico della liquidità (rientri a fronte di minori investimenti) che ha fatto diminuire il totale investito nelle operazioni caratteristiche (in particolare i finanziamenti). Infatti, cala di 40 mil € l’investito ed aumenta di pari importo la liquidità. Visto, poi, che calano i finanziamenti mentre in valore assoluto le partecipazioni sono invariate, è evidente che la percentuale delle partecipazioni aumenta e cala quella dei finanziamenti.
Quindi, la situazione, invece di essere in miglioramento, risente del calo dell’operatività e della marginalità che sta avendo, sia nel bilancio che sul territorio, l’attività di sostegno alle imprese. Che non hanno bisogno dei prodotti della finanziaria ma di una ben diversa assistenza allo sviluppo ed alla crescita.
venerdì 9 maggio 2008
Bisogni e strategie per l'economia del Friuli Venezia Giulia
Qual'è la situazione in FVG?
- L'economia, fatta da PMI più piccole che medie che operano prevalentemente in settori maturi (legno, acciaio, matalmeccanico, servizi tradizionali), ha bisogno di un sostegno finanziario che permetta alle imprese di superare la debolezza che ancora le contraddistingue attraverso azioni per una riconversione strategica verso produzioni e/o servizi più avanzati o verso una concentrazione che ne aumenti nel breve le dimensioni
- C'è bisogno ancora di risorse di tipo tradizionale (finanziamenti, capitale di rischio e servizi bancari di breve e medio termine) per la crescita e per raggiungere una competitività accettabile
- Attualmente con la definizione di una strategia per le finanziarie della Regione, ormai concentrate in Friulia, tesa a privilegiare e operare solo su situazioni di eccellenza per operazioni di mercato, ha tolto di fatto strumenti adeguati alle attuali necessità delle imprese regionali
La situazione va ripensata integralmente e definita una strategia che adegui gli strumenti alle necessità del territorio e precisamente:
- Ridefinire le linee operative nel senso di un sostegno alla crescita competitiva e dimensionale, oltre che qualitativa delle imprese con strumenti alla portata delle imprese stesse sia in termini di costo che di complessità filosofica privilegiando programmi aziendali non tesi solo alla redditività ma alla crescita globale del binomio "azienda/territorio"
- Operare per un'elevazione culturale delle componenti che operano nell'economia in modo da creare un ambiente fertile
- Operare anche nel campo delle infrastrutture che siano portatrici di opportunità di nascita di imprese ed imprenditorialità e comunque di lavoro.
venerdì 25 aprile 2008
La ceramica non è importante
Non è bello scavare sempre nell'intimo. E poi:"dalla ceramica si può anche risorgere". E dal sedulume che fa perdere Zidane? Ma che poi era una conferenza o sbaglio?
giovedì 24 aprile 2008
E adesso?
Innanzitutto cos'è oggi la sinistra?
Non è più:
- ideologica
- massimalista
- operaia
Ma non è neppure:
- capitalista
- liberale
- liberista
Questo significa che la società, non più strutturata in classi e che ha una confusione di figure (piccolo imprenditore, impiegato, operaio, etc.) che non rispondono più alla segmentazione classica (capitalista, borghese e proletario), ha invece una composizione del tutto diversa.
Oggi abbiamo:
chi comanda:
- istituzioni finanziarie nazionali ed internazionali (banche, finanziarie, fondi pensione, assicurazioni)
- multinazionali (industriali, commerciali, di servizi)
e chi subisce il comando e le logiche di mercato imposte da chi comanda
- lavoratori (operai - impiegati)
- piccoli e medi imprenditori
- anziani e bambini
sono le fasce deboli della società che nulla possono di fronte alle logiche del consumo e del capitale imposte dai primi.
Qual'è il ruolo oggi della politica ed in particolare di una politica di sinistra?
contrastare chi comanda e dirige la società fissando regole che consentano alle fasce deboli di avere un vivere equo e solidale e con pari opportunità, abbattendo povertà e discriminazione.
La sinistra deve stare dall'altra parte del liberismo e del capitalismo, senza confusione di ruoli e di presenza. Non sia più che esponenti della sinistra siano felici "di avere una banca" perchè la sinistra non deve mettersi nel campo del capitalismo finanziario (l'elemento forse più deteriore del comando) ma imporre ad esso le regole per una giusta convivenza e a protezione delle fasce deboli.
DEP
sabato 19 aprile 2008
Primi passi
Oggi 19 aprile 2008 iniziano i primi passi del blog. Forse è la grande tristezza della sconfitta della sinistra a determinare a fare qualcosa che può essere anche un blog. Tristezza anche per la sterzata in regione. Ma qua posso dire di averlo detto e fatto presente a chi avrebbe potuto far qualcosa sulla deriva impressa alle partecipate regionali ed in particolare a Friulia:
* impostazione di un operatività di stampo liberista inadatta alle caratteristiche delle imprese regionali
* creazione di una holding solo di fatto con controllo e coordinamento nulli
* imposto un rinnovamento degli organici con pesanti immissioni di gente di scarsa professionalità e proveniente da fuori regione con scarsa conoscenza del territorio
Tutto quaesto, assieme a tanto altro ha creato quello che si è visto.
Peccato che i miei appelli nessuno, ebbro di potere, li ha ascoltati. perchè confliggevano con gli equilibri di interesse e potere creati.
Bene ripartiamo, ma senza sconti a nessuno.
Depinguente (DEPcor)

